C’è oblio ed oblio

Diritto all'oblio

La scorsa settimana Twitter ha revocato l’accesso alle sue API a Politwoops e Diplotwoops. In pratica ha bloccato l’attività dei due siti, che mostravano tutti i tweet che politici e diplomatici avevano inviato ma poi cancellato per un qualsivoglia ripensamento. Motivo di questa misura? Ufficialmente il non avere osservato le condizioni di servizio (le famigerate ToS, Terms of Service, che nessuno legge mai) di Twitter affermano che ciascun utente ha il diritto di cancellare in tutto o in parte quanto ha postato e che i siti partner devono fare la stessa cosa il prima possibile: mantenere i tweet cancellati evidentemente viola tali condizioni.

Il CNIL, il Garante francese per la protezione dei dati, ha ordinato a Google che quando viene richiesto di eliminare alcuni collegamenti in base alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea dell’anno scorso, questi vengano rimossi non solo dalle versioni del motore di ricerca situate nelle nazioni UE, ma anche nella versione americana. Google ribatte che la sentenza della corte UE ha solo un effetto locale e non può essere globale, e quindi non intende ottemperare alla richiesta: non si sa che succederà ora.

Su Wikipedia – io so della versione in italiano, ma immagino che capiti la stessa cosa più o meno ovunque – ogni tanto arriva qualcuno che vuole che venga cancellata la data di nascita dalla voce a lui o a lei dedicata, tipicamente perché costoro preferiscono dire pubblicamente di essere più giovani. No, non sono solo leggiadre attricette a togliersi gli anni, fidatevi. Per dire, nella voce su Gabriel Garko sono indicate due date e luoghi di nascita diversi, ciascuna con le relative fonti.

Avete mai provato a cancellarvi da un social network? Ci siete riusciti? È stato facile? Con Facebook, per esempio, le cose non sembrano così semplici. E anche una volta che ci viene detto che i nostri contenuti non sono più accessibili, la formulazione stessa (“Ad esempio, un amico potrebbe continuare ad avere i tuoi messaggi anche dopo che elimini l’account”; “Le copie di alcuni contenuti potrebbero restare memorizzate nel nostro database per motivi tecnici”) ci fa intuire che probabilmente da qualche parte ci sono ancora, pronti a essere usati da non si sa bene chi né in quale modo.

Tutte quelli che ho presentato sopra sono esempi di come il concetto di oblio si possa declinare in modi completamente diversi, e di come sia diventato un punto fondamentale nelle legislazioni europee. Negli Stati Uniti a dire il vero non c’è tutta quella sensibilità, ma ciò forse dipende anche dal fatto che tutta la loro legislazione parla più che altro di diritti del consumatore: non per nulla lì il nostro principio dell’inalienabilità della proprietà intellettuale – che cioè puoi cedere tutti i diritti di sfruttamento, ma la paternità dell’opera rimarrà comunque tua – è visto con un misto di stupore e sconcerto.

Ma anche da noi il concetto stesso di diritto all’oblio è piuttosto fumoso: la sentenza della corte di giustizia europea che ho citato sopra afferma che chiunque ha il diritto di impedire che vengano indicizzate informazioni personali che siano obsolete, irrilevanti o insultanti. Notate come l’accento sia sui motori di ricerca e non sulle notizie originali, tanto che per esempio la BBC mantiene un elenco dei suoi articoli non più raggiungibili via Google digitando certe stringhe di ricerca, ma ancora presenti all’interno del sito BBC. In un certo senso il concetto di oblio è ancora più chiaro perché la nostra memoria si sta spostando sempre più dalla nostra mente ai motori di ricerca. Notate inoltre come la definizione sia generica. Un’informazione insultante dovrebbe essere eliminata alla fonte; l’irrilevanza non dovrebbe essere decisa dal soggetto ma da chi cerca informazioni; infine, se un’informazione è “obsoleta” dovrebbe poter bastare aggiungere in calce le notizie aggiornate. Un conto è segnalare giustamente che una persona citata a giudizio è stata poi assolta con formula piena, e quindi la notizia della citazione è indubbiamente obsoleta: altra storia è pretendere che si voglia nascondere di aver subito una condanna passata in giudicato solo perché la condanna è stata scontata. Ci sono poi casi eclatanti che però con l’oblio non hanno molto a che fare: dopo che alla pornostar Brigitta Kocsis è stato inibito l’uso del cognome d’arte Bulgari su istanza dell’omonimo marchio del lusso, gli avvocati di Bulgari hanno iniziato a inviare letteracce ai vari media – per la cronaca, anche a Wikimedia Italia che pure non gestisce Wikipedia – per togliere ogni occorrenza del cognome incriminato. Il tutto ha portato a risultati un po’ buffi che ho raccontato altrove.

È facile immaginare quello che sta capitando. In teoria esiste un diritto all’oblio, in pratica se non sei importante o potente non riesci a fartelo valere. Twitter non si sarebbe certo messa a bloccare Politwoops e Diplotwoops se i tweet cancellati fossero stati di gente qualunque. Certo, potreste obiettare che chi se li fila, i nostri tweet, e avreste anche ragione. Ma è il principio di uguaglianza quello che conta, e qua il principio è manifestatamente messo sotto i piedi, senza considerare il corollario indicato sopra: se quel principio fosse davvero rispettato non dovremmo nemmeno far fatica a farci cancellare i nostri dati dai servizi. Naturalmente questo non capita, per l’ottima ragione che per Facebook, Twitter e compagnia varia il prodotto che viene venduto siamo noi, e quindi eliminarci diventa una perdita. (In questo contesto i vip sono un’altra cosa, possiamo definirli i testimonial o se preferite i buttadentro del servizio. Un social network senza star è destinato a morire per mancanza di gente che rilanci i Grandi Pensieri delle star).

Anche se almeno da noi la tendenza dei maître à penser è di convincerci che l’oblio è un nostro diritto fondamentale, le cose non sono però così nette. Pensiamo a come gli storici contemporanei riescano a creare ipotesi più o meno plausibili sulla vita passata di tutti i giorni osservando per esempio le discariche nei castelli medievali. Quello che per noi è irrilevante in futuro potrebbe essere prezioso, e cancellarlo aprioristicamente diventa un rischio. Ma possiamo fare esempi molti più banali che ci capitano nella nostra vita. In un social network ora defunto, Friendfeed, cancellarsi era relativamente facile. I messaggi e commenti scritti non venivano in realtà eliminati dalla base dati – erano state fatte delle prove a riguardo – ma risultavano invisibili, con il risultato che le discussioni pubbliche e private apparivano monche se non a volte addirittura dei soliloqui. Qui non si trattava insomma del singolo commento scritto in un momento di rabbia e poi cancellato subito dopo, né di una scelta volontaria di togliere tutto il materiale. Il risultato pratico era però che tutta la comunità ci perdeva qualcosa. Eppure la soluzione poteva essere semplice: quando un utente viene cancellato si possono assegnare i suoi messaggi a un altro utente fittizio con un nome creato a caso. Le interazioni vengono così preservate per il futuro: tanto che i commenti siano dell’utente puntomaupunto oppure di RND31416 generalmente non cambia molto. Questo è il modo usato in Wikipedia, che per sua stessa struttura non può eliminare le modifiche fatte all’enciclopedia. Sì, qualcuno può per un po’ ricordarsi l’associazione con il vecchio nome utente, ma non è una cosa molto diversa dal salvarsi schermate con gli scambi di opinioni e mandarle in giro per la rete.

In definitiva, non credo che esista una soluzione che vada sempre bene, e temo che quello che sta succedendo, come capita del resto spesso, sia favorire sempre i soliti noti. Ma se vogliamo fare qualcosa di davvero utile, dobbiamo cominciare con il sapere esattamente i termini della questione!