Come cambia l’arte al tempo di internet?

Arte_Voices

Quante volte vi siete fermati a osservare un’opera d’arte nel corso della vostra vita?
Siamo un Paese ricco di storia, di grandi menti del passato, ed è quasi impossibile attraversare una città senza imbattersi in una parte del nostro patrimonio artistico (ricordiamoci che l’Italia è la nazione che detiene il maggior numero di siti – 50 – inclusi nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO).

Noi italiani siamo da sempre abituati al bello. Ma quanti di noi sanno, non dico riconoscere e interpretare un’opera d’arte, ma comprendere le proprie reazioni durante la sua fruizione? Quanti di noi hanno vibrato, si saranno emozionati o avranno semplicemente scrollato le spalle?

Ma cos’è l’arte? Qual è il modo giusto di fruirne? E cosa è cambiato al tempo di Internet?

Definire l’arte non è un compito semplice.
Genericamente viene definita arte un’attività, singola o collettiva, la quale attraverso forme estetiche e creative trasmette un messaggio o un’emozione, una forma di comunicazione in quanto capace di condividere emozioni ed esperienze.
In passato l’esperienza artistica veniva utilizzata come forma di comunicazione emotiva per coinvolgere, formare e dare un’uniformità culturale alla popolazione. Basti pensare ai grandi affreschi e quadri, realizzati su commissione, dove il messaggio di base era quello di enfatizzare la magnificenza di personaggi del tessuto sociale e religioso dell’epoca; oppure in quelle opere dove l’interpretazione personale dell’artista, grazie alla bravura tecnica, suscitavano lo stesso grado di ammirazione.
L’opera d’arte era così un oggetto unico, realizzato con capacità tecnica elevata e maestria, con un contenuto ben preciso e con la personalizzazione “emotiva” dell’artista.

Almeno è stato così fino agli inizi del 1900 dove l’avvento della fotografia e del cinema, e la capacità di riproduzione tecnicamente perfetta di qualsiasi immagine visiva, ha cambiato radicalmente questa concezione.

Mentre in passato la relazione tra l’arte e lo spettatore era definita dall’unicità e irripetibilità dell’opera d’arte, dal suo hic et nunc (qui e ora) – come teorizzato dal filosofo tedesco Walter Benjamin nel 1936 – la riproduzione fotografica, cinematografica e successivamente discografica hanno trasformato la fruizione dell’opera d’arte in consumo quotidiano.
L’arte ha perso in questo modo la sua caratteristica tradizionale, l’aura; anche grazie al colpo finale dato dalle correnti artistiche del dadaismo e della pop art dove, attraverso l’utilizzo provocatorio di materiali poveri, di uso comune o degradati, l’arte è diventata “popolare” alla portata di tutti, sia come realizzazione sia come perdita di riconoscibilità.

Oggi siamo arrivati al punto che non è più possibile definire un unico linguaggio artistico canonico, né prendere come modello un unico codice univoco di interpretazione, comune a tutti.

Ma senza i punti di riferimento del passato, oggi come si fa a interpretare un’opera d’arte, e qual è il modo giusto di fruirne?

Michael J. Parsons – nel suo saggio del 1987 “How we understand art” – afferma che la fruizione, ma soprattutto la comprensione dell’estetica dell’opera d’arte, è frutto di un’evoluzione personale: attraverso l’infanzia fino all’età adulta, e con l’aumento delle esperienze, questi due aspetti cambiano radicalmente. Comprendere l’arte diviene un processo sempre più di tipo soggettivo, ”interpretativo”, e che quindi si discosta ancora di più dai riferimenti del passato.

Parsons suddivide questa evoluzione in cinque fasi, legate alla crescita di un’individuo: dai 2 ai 7 anni domina il piacere istintivo (“mi piace”); nell’adolescenza, fino ai 15 anni, si apprezza la bellezza e il realismo (si cerca la corrispondenza con canoni “reali”); dopo i 15 anni entra in scena la “qualità dell’esperienza emotiva” espressa da un’opera d’arte, quindi l’emozione, il coinvolgimento; successivamente si rintracciano stile e forme, conformi al contesto sociale in cui si vive; solo alla fine il giudizio estetico diventa autonomo.

Queste fasi ci fanno capire molto sulla soggettività dell’approccio di ogni persona che si avvicina a un’opera d’arte.
C’è chi si immerge nell’opera, cerca di carpirne emozioni e vibrazioni, si lascia avvolgere dal messaggio lasciato dall’artista e solo alla fine approfondisce nome, storia e contesto. Al contrario, ci sono persone che arrivano davanti all’opera preparate: hanno studiato l’autore, il periodo storico, la tecnica utilizzata, sanno tutto in teoria e sono pronte e ricettive per “la prova pratica”.
Nel primo caso abbiamo una fruizione più istintiva, riscontrabile nelle prime fasi del processo evolutivo, nel secondo caso abbiamo lo studio e la contestualizzazione descritta nella quarta fase. Entrambe le modalità di fruizione sono corrette, ovviamente dipendono dall’indole e dalle esperienze di ognuno.
Il tassello mancante per avere un’esperienza completa, e passare dall’arte percepita come copia della realtà all’arte come espressione comunicativa dell’artista, è composto dall’empatia.
Per comprendere l’opera il fruitore deve prima comprendere cosa l’artista intende comunicare attraverso l’opera.” afferma Parsons.

Ma come si fa ad acquisire questa capacità?
Studiando, osservando, facendo tesoro dell’esperienza artistica passata e ricercandone ancora di nuove.
E tutto ciò è ancora più accessibile e vicino di quanto non lo fosse prima, grazie alle nuove tecnologie e al web.

Google, con il suo Art Project/Cultural Institute, già dal 2011 ci ha regalato l’esperienza virtuale di una visita nei musei più importanti del pianeta. Una fruizione ad alta definizione di opere d’arte, disponibili direttamente dal salotto di casa: la possibilità a chiunque di scoprire le bellezze e i dettagli di un quadro, una scultura, in ogni momento, da ogni luogo.
Fra le realtà italiane presenti in Google Art Project troviamo la Galleria degli Uffizi e 15 siti museali e archeologici del Sistema Musei Civici di Roma.
Ma the big G non è stata la prima a pensarci, già in passato diversi musei e gallerie offrivano dei tour virtuali in occasione di mostre ed eventi particolari. E anche in Italia ci sono state sperimentazioni in tal senso. Infatti è di poche settimane fa il debutto presso al Real Castello di Racconigi (Cuneo) di Virgil, il primo robot italiano che opera in ambito museale.
Come Virgilio fu la guida di Dante all’Inferno, Virgil guiderà i turisti negli angoli nascosti dei musei. Grazie ad una telecamera e una piattaforma di cloud robotica connessa alla rete 4G di Tim, il piccolo robot invia al tablet o allo smartphone della guida turistica un flusso video ad alta definizione di alcune aree del Castello di Racconigi, non accessibili a visitatori.
Virgil non prenderà il posto delle guide, ma le affiancherà per realizzare un percorso turistico senza pari. Si tratta del primo esperimento italiano di robotica applicata al turismo e un primo passo per rendere accessibili le non poche bellezze artistiche interdette al pubblico.
Gabriele Elia, direttore Open Innovation Research di Telecom Italia, durante la sua presentazione ha raccontato dell’impegno di Telecom Italia per la creazione di un network mirato alla valorizzazione del patrimonio culturale del nostro territorio, grazie alle innovative soluzioni architetturali cloud e alla diffusione della larga banda.

L’arte riproducibile, accessibile e fruibile con tecnologie innovative e soprattutto in grado di ampliare le nostre esperienze ed espandere il nostro senso critico ed empatico, tutto questo è eredità del passato e promessa per il futuro.
E come disse Bruno Munari, un artista dei nostri tempi: “L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove, nelle forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi”.

Valentina Cinelli