Twitter: il primo medium molti-a-uno

Twitter Codogno Voices

Capire a che serve Twitter non è facile. La mia impressione è che nemmeno chi l’ha sviluppato avesse le idee chiare. Le leggende dicono che la lunghezza massima dei messaggi è stata posta a 140 caratteri perché quella è la lunghezza di un sms: peccato che nei paesi occidentali si possano inserire 160 caratteri con qualche trucchetto (si usano caratteri di 7 bit anziché di 8) e che in Cina e Giappone i caratteri sono 70. In realtà quella lunghezza è stata scelta ispirandosi agli sms ma senza nessun vero vincolo. Abbreviazioni come RT per “retweet” e lo stesso cancelletto # per l’hashtag sono nate dal basso, cioè dagli utenti, e ufficializzate solo in seguito. Molti vip reali o presunti ritengono che il valore di Twitter risieda nell’avere tanti seguaci; moltissimi che vip non sono ritengono che il valore di Twitter risieda nel riuscire a farsi ritwittare un proprio messaggio da un vip reale o presunto. Diciamo che nei cieli c’è grande confusione. Una cosa che non mi pare sia però stata molto evidenziata è che Twitter può essere considerato il primo esempio di un tipo di comunicazione che non si era (quasi) mai visto nel mondo reale: quella molti-a-uno. Per capirlo meglio, può essere utile vedere come gli altri tipi di comunicazione sono stati declinati nel passato e nel presente.

La comunicazione più semplice che si possa fare è quella uno-a-uno. Io e te parliamo tra di noi: praticamente lo facciamo da quando l’umanità ha acquisito l’uso della parola. La tecnologia ha semplicemente reso più facile parlare con persone che non si trovano davanti a noi; prima col telefono, poi con i sistemi di instant messaging. Notate che sto esplicitamente rifiutando la convenzione che la comunicazione debbe essere orale: ma chi è abituato a lavorare sulla Rete non ci fa nemmeno più caso. Notate però anche che non considero i sistemi offline, come la posta elettronica: è sì comunicazione anch’essa, ma di tipo un po’ diverso. Poi si passa alla comunicazione uno-a-molti. Si parte dal capo che grida ordini al gruppo di cacciatori e si arriva al comizio del leader davanti a centinaia di migliaia di simpatizzanti (qualche migliaio secondo le stime della questura). Radio e televisione sono poi paradigmatici per la comunicazione uno-a-molti, e non è un caso che siano i media più ambiti; ora naturalmente la seconda più che la prima, ma si sa che Video killed the radio star. In questi casi i “molti” possono essere addirittura decine di milioni di persone, che ricevono contemporaneamente le stesse informazioni, o disinformazioni. Vi sembra poco?

L’esempio più tipico di comunicazione uno-a-molti in Rete è indubbiamente il sito web, che viene scritto per un pubblico di dimensione indefinita anche se in effetto off-line. I sistemi molti-a-molti sono già meno comuni: si può però pensare a quello che capita durante una cena tra amici, dove si formano e si riformano gruppetti per chiacchierare. Si sa che si arriva presto alla cacofonia e quindi è piuttosto difficile scalare un sistema di questo tipo: ve ne sarete accorti tutti quando in una cena con più di dieci persone parte subito la spaccatura. In Rete si può fare qualcosa in più. Pensate per esempio alle chatroom: riusciamo ad arrivare senza problemi a qualche decina di persone che interagiscono contemporanemente, anche se non si può superare di molto il centinaio di utenti. D’accordo, non è che tutti prestino attenzione davvero a tutto, ma potenzialmente è così: e sennò si passa a sistemi molti-a-molti di tipo offline, come i forum e all’epoca i newsgroup.

E finalmente passiamo a Twitter. Certo, con Twitter si può fare comunicazione uno-a-uno, coi messaggi diretti. Si può fare comunicazione uno-a-molti, come i sedicenti vip fanno quando postano profondi, ponderati pensieri-pillole. Si può anche fare comunicazione molti-a-molti, anche se è oggettivamente difficile riuscire a fare delle vere conversazioni multiple. Ma soprattutto è possibile, e anzi il sistema stesso lo favorisce, avere conversazioni molti-a-uno. Pensateci un attimo: cosa fate quando viene definito un hashtag per un certo evento e voi lasciate scorrere i tweet relativi a quell’hashtag? Proprio così: state facendo convergere su un unico punto – voi – i mirabolanti pensieri di tanta gente. Non tutti i pensieri, ovvio, ma quelli sul tema che ci interessa in quel momento. Provate a far mente locale e scoprire se c’è qualche altro sistema duepuntozero funziona allo stesso modo… Poi provate a pensare se esiste qualche sistema vecchio stile che mette in pratica la comunicazione molti-a-uno. Vi anticipo che la risposta è positiva: come capita quasi sempre, la Rete non ha inventato nulla ma si è limitata a semplificare la fruizione di un paradigma esistente. Ci siete arrivati da soli? Volete sapere qual è stato l’esempio tipico di comunicazione molti-a-uno prima di Twitter?

La risposta è semplicissima: il cosiddetto “eco della stampa”. Le grandi aziende un tempo pagavano qualche società perché si leggesse la mazzetta dei quotidiani del giorno, trovasse le parti che riguardavano le aziende stesse, fotocopiasse quei ritagli e assemblasse una raccolta personalizzata. Certo, a questo punto mi direte “ma tanto vale allora fare una ricerca con Google!” Sì e no. Sì, perché è vero che la ricerca – che può anche essere personalizzata per data – è un esempio di molti-a-uno; no, perché è comunque una ricerca offline. Se c’è un evento in corso, Google semplicemente non può starci dietro: molto meglio la convenzione di usare tutti lo stesso mezzo, appunto Twitter, e sfruttarlo per le sue capacità intrinseche. Come scrivevo sopra, la brevità dei tweet diventa un vantaggio, perché ci permette di aggiornarci all’istante. Del resto, Twitter l’ha implicitamente capito, permettendo la creazione di liste (vediamo cosa dicono le persone che a nostro personale giudizio forniscono contenuti simili) e ora il mute (eliminare i messaggi delle persone che usano i tag che ci interessano ma scrivono cose che non ci interessano). Geniale, no?