Boia chi molla: bugia, maledetta bugia o?

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A fine gennaio il Cittadino Angelo Tofalo, pentastellato desideroso di un quarto d’ora di pubblicità, a un certo punto ha gridato “boia chi molla!” nella sordida e grigia aula del Parlamento italiano. Qualche ora dopo ha specificato su Facebook che il suo non era affatto un motto fascista, citando la corrispondente voce su Wikipedia che espliciterebbe che la frase venne pronunciata per la prima volta nel 1799 durante la Repubblica Napoletana dalla nobildonna Eleonora Pimentel Fonseca, e poi nel 1848 durante le Cinque Giornate di Milano. Potremmo aprire una discussione sul fatto che qualunque sia l’origine dell’espressione oramai essa è automaticamente associata ai fascismi vecchi e nuovi, ma QUI NON SI PARLA DI POLITICA… anche perché è molto più interessante mettersi a parlare di cosa succede quando si parla di fonti.

È infatti successo che Leonardo Tondelli abbia scritto sul suo blog che quell’attribuzione l’aveva inserita lui (con un “si dice”) nel 2005, quando Wikipedia era molto più rilassata – anche perché non era mica ancora usata da tutti – e quindi si inserivano informazioni senza specificare da dove fossero state prese; uno si ricordava che era così, e via. Anche a me è capitato di fare così: ma avevo il grande vantaggio di scrivere voci di matematica, dove le fonti sono meno importanti, visto che i risultati stanno in piedi per conto loro (qual è la fonte per affermare che 1+1=2, per esempio?). Il problema è che la frase è stata spostata dalla voce generale per averne una tutta per sé, voce che è stata man mano ampliata senza che nessuno si desse la pena di verificare la fonte. Eleonora Pimentel Fonseca ha davvero pronunciato quella frase? In questi giorni c’è stato un discreto numero di novelli Mycroft Holmes che hanno scandagliato Internet, e hanno trovato un articolo che confermerebbe (con un “si dice”) l’attribuzione. Tutto a posto, allora. No. L’articolo è del 2010, e nessuno, se non forse l’autrice, può affermare con sicurezza che la fonte di quel “si dice” non sia stata la voce di Wikipedia: un pericolosissimo cortocircuito di riferimenti circolari come quello che si è praticamente avuto dopo che un buontempone ha voluto dimostrare la sua tesi su come lavorano i giornalisti.

La ricerca è comunque continuata, come si può vedere nei commenti al post di Leonardo e in una discussione interna a Wikipedia stessa. Io ho trovato un libro del 2003 (precedente quindi al primo inserimento su Wikipedia) che non fa il nome di Eleonora Pimentel ma almeno cita i moti del 1799 e 1848: Leonardo mi ha però fatto notare come uno degli autori del libro è stato direttore del Secolo d’Italia e la casa editrice è notoriamente di destra, e quindi potrebbe anche darsi che quelle attribuzioni siano nate per dare una patina di antichità a una frase molto apprezzata negli ambienti neofascisti ([EDITATO] Curiosamente, l’utente anonimo che si lamenta nei commenti al post di Leonardo per l'”oligarchia di wikipediani” cita un libro al riguardo di Emanuele Mastrangelo ed Enrico Petrucci: il primo è stato a suo tempo bannato dalla comunità wikipediana per falsificazione delle fonti). Lo stesso dubbio sull’origine della citazione potrebbe valere per il libro di Antonello Capurso, che riporta l’origine ma non le fonti al riguardo. La prima citazione negli archivi de La Stampa è del 1957, durante le esequie postume di Mussolini; ma naturalmente questo non significa ancora nulla… Chissà, forse l’espressione nacque invece nel 1917 durante la prima guerra mondiale come nella citazione di Capurso, oppure risorse più volte come un’araba fenice (improbabile, se mi permettete una scommessa)

Ma lasciamo da parte quest’espressione nostrana e passiamo a un’altra frase che probabilmente avete già orecchiato da qualche parte. “Ci sono tre tipi di menzogne: bugie, dannate bugie e statistiche”. La frase è indubbiamente inglese: l’originale è “There are three kinds of lies; lies, damned lies, and statistics.” Ma chi l’ha pronunciata? Leggendo il blog di Pat Ballew ho scoperto che negli Stati Uniti è generalmente attribuita a Mark Twain, che in fin dei conti è noto per i suoi aforismi spiazzanti. Ballew però spiega come la frase giunga “dall’altra parte dello stagno”, e che in effetti Twain la pronunciò… ma attribuendola al primo ministro inglese Benjamin Disraeli, che era la fonte che conoscevo anch’io. Fine della storia? Macché. Nella biografia ufficiale di Disraeli scritta da Lord Blake non v’è traccia di quell’affermazione, nonostante Twain abbia esplicitamente scritto «The remark attributed to Disraeli would often apply with justice and force: “There are three kinds of lies: lies, damned lies, and statistics”»

La soluzione proposta da Ballew è che Twain abbia trovato una citazione della frase attribuita a un non meglio identificato Saggio Uomo Politico (“Wise Statesman”) e l’abbia automaticamente associata a Disraeli, che a quel tempo aveva appunto quella fama. Un innocente errore si è così propagato per ottenere una doppia falsa attribuzione, e alla fine non sappiamo assolutamente chi sia stato effettivamente a uscire per la prima volta con questa frase. Non sempre le ricerche storiche riescono a dare una risposta definitiva a un dubbio, come vedete.

In definitiva? Il lavoro degli storici è difficilissimo, e noi dilettanti possiamo fare molto poco. Cerchiamo almeno di non renderglielo ancora più complicato…

  • L’altro autore, quello non bannato

    Buongiorno,
    se mi permette alcune precisazioni.
    Quel libro ha due autori. Uno dei due è stato bannato per falsificazione delle fonti. Stranamente, nessun edit di questo autore è mai stato rimosso dall’enciclopedia Wikipedia, nonostante siano passati anni. Quindi, vista l’attenzione che pongono i wikipediani alle fonti, fa pensare che queste accuse di falsificazione siano false a loro volta, o perlomeno pretestuose.
    L’altro autore non è stato bannato da Wikipedia. Che poi alcuni wikipediani si limitino a liquidare il volume con le spallucce perché ne è co-autore un utente bannato, senza entrare nel merito dei contenuti mi sembra solo indice di pochezza intelettuale.
    Anche perché che Wikipedia sia vittima di oligarchie non sono solo i due autori del tale libro, ma è argomento di discussione a livello internazionale.
    Il sito Wikipediocracy, ad esempio, qui un recente articolo su conflitti d’interesse tra amministratori e PR http://wikipediocracy.com/2014/02/09/elementary-my-dear-watson/
    O l’articolo di daily dot che spiega come la Wikipedia in lingua croata sia ostaggio di gruppi di wikipediani di estrema destra (un argomento trattato anche nell’innominabile volume).
    http://www.dailydot.com/politics/croatian-wikipedia-fascist-takeover-controversy-right-wing/
    Articolo particolarmente interessante anche perché l’articolo di daily dot utilizza una metafora orwelliana, che è la stessa chiave di lettura del libro.

    A margine, visto che si parla di oligarchie, ma di mafie e cricche, segnalo, il blog italiano wikiperle (con cui i due autori e il libro non hanno nulla a che vedere) http://wikiperle.blogspot.it
    Volendo c’è persino questo vecchio blog http://criccawikipediaitaliana.blogspot (idem nulla da spartire). Obiettivamente sia in wikiperle che criccaetc. c’è più spazio per l’invettiva che per la critica referenziata e obiettiva.

    Comunque queste presenza sul web dovrebbero indurre a riflettere (la comunità wikipediana in primis) che forse qualche cosa che non funziona a livello di controllo dell’informazione e delle utenze, inficiando quello che è il più grande progetto di divulgazione della storia dell’umanità. E a causa di questi bias, l’utopia rischia di trasformarsi in distopia, specialmente tenendo contro del ruolo preminente che Wikipedia ha assunto in questi ultimi anni.

    Infine il ban di uno degli autori non è argomento del volume, in quanto irrilevante nella prospettiva generale di un’inchiesta sul ruolo di Wikipedia nell’informazione contemporanea, e dei rischi di manipolazione e controllo su Wikipedia. Né gli autori del volume si mettono ad infilare citazioncine in questo o quel blog per fare un po’ di pubblicità occulta. Anche perché come ben sanno i Wikipediani, l’autore bannato, quando posta da “anonimo” si fa sempre riconoscere in qualche modo, non avendo coscienza sporca.

    L’altro autore, quello non bannato, di “Wikipedia l’enciclopedia libera e l’egemonia dell’informazione”

  • http://xmau.com/ .mau.

    lascio ai lettori di Voices il decidere per conto loro quale sia l’attinenza del commento qui sopra con il post.

  • https://www.facebook.com/Wikipedia1984 Emanuele Mastrangelo

    Caro Mau, sarà poco attinente, ma scrivere che sono stato bannato per “falsificazione delle fonti” è un sistema un po’ antipatico per delegittimare in un colpo solo un bel po’ di argomenti: quello dell’utente che cita il nostro volume (e in quanto uno dei nostri 25 lettori, mi sento di doverlo difendere) e il nostro volume stesso. Perché sì, quella è la “sentenza ufficiale” dell’ineffabile M7, ma i fatti veri sono ben diversi, come chiunque può leggere nella discussione del mio processo-farsa e come ti invito a fare se hai tempo e stomaco.
    Per cui, utilizzare come argomento in un dibattito il mio indecente ban è poco serio. Tutto qua.

    EM

  • http://M/7 Antonio Privitera

    Anch’io sono stato di recente vittima di M7 e nel giro di 3 giorni (16-19 maggio 2014) fatto fuori nonostante 8 anni di contributi dopo un processo sommario.
    Bisogna far fuori questi individui da wikipedia, anzichè permettere che siano questi a far fuori tanti utenti validi e onestamente in buona fede!

  • .mau.

    Una proprietà simpatica di WIkipedia è che in casi come questo le fonti sono facilmente recuperabili: chi vuole avere un’idea di cosa è successo può leggere https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Utenti_problematici/Cucciolo88_e_Antpriv
    (per la cronaca, io non ho partecipato alla discussione, ma la mia posizione è semplice: essendo Wikipedia un progetto collaborativo, chi mostra di non intendere collaborare è fuori posto; e la buona fede non c’entra un tubo, perché i blocchi non arrivano mai subito ma dopo una discussione pubblica. Chiunque ha il diritto di rimanere della propria opinione iniziale, ma non può dire di voler collaborare in buona fede)