Smart Working: la rivoluzione del lavoro.

smart working

“I don’t have a desk. I have my iPad.” – Jack Dorsey, CEO Square e Co-Founder di Twitter.

Personalmente mi è accaduto più di una volta abitando, rispetto al lavoro, all’altro capo della città: fermo ed imbottigliato nel traffico (avete presente l’ingorgo a croce uncinata?), arriva l’orario fatidico della riunione e, smartphone ed auricolare, partecipo in audio-conferenza.

Arrivo in ufficio, dedico dieci minuti esatti per scrivere il report della riunione, e mezza giornata di lavoro è fatta. Avrei fatto volentieri a meno dell’ingorgo, ma per quello sembra non esserci “smart” che tenga.

Tutto questo (tranne l’ingorgo!) si chiama Smart Working e molti lo confondono con il telelavoro che però ne rappresenta l’applicazione più completa. In realtà lo Smart Working è una rivoluzione che in diverse sfumature cambia il nostro modo di lavorare.

Se ne è discusso il 2 ottobre scorso alla presentazione dell’Osservatorio Smart Working della “School of Management” del Politecnico di Milano, una ricerca curata da Mariano Corso, Isabella Gandini e Fiorella Crespi, appunto ricercatori presso il Politecnico.

Le evidenze principali che ne vengono fuori sono che Smart Working è una miscela di riadattamenti e cambiamenti, alcuni radicali, altri di minore entità, ma soprattutto di cultura che coinvolge non solo il lavoratore, ma tutta l’organizzazione partendo dal management.

I componenti di questa miscela sono:

  • policy organizzative: ripensare gli orari di lavoro ed i luoghi stessi del lavoro;
  • comportamenti e cultura aziendale: il rapporto tra azienda e lavoratore deve essere fortemente fiduciario;
  • spazi fisici: i luoghi di lavoro devono essere funzionali alla flessibilità e alla collaborazione;
  • tecnologie digitali: occorrono strumenti e dispositivi capaci di facilitare la collaborazione e comunicazione all’interno di tutta l’organizzazione (dal CEO al fattorino).

Ho fatto prima l’esempio dell’ingorgo, ma avrebbe potuto essere una sala d’attesa all’aeroporto oppure una giornata di trasferta lontano dalle mura dell’ufficio, e perché no, una sosta forzata dal lavoro per malattia o infortunio. A volte, soprattutto in quei lavori che ricadono sotto la categoria “della conoscenza”, non è detto che il contributo debba essere necessariamente concepito tra le mura d’ufficio: è un’affermazione forte, che si scontra con regole normative e contratti sindacali, ma è risaputo che norme e legislazione seguono in termini di evoluzione lo stato delle cose e raramente riescono ad essere innovative rispetto al “mondo reale”.

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Il rapporto dell’Osservatorio però fotografa una situazione non proprio esaltante per il nostro paese, ancora legato – come dicevo poc’anzi – a una legislazione restrittiva: nel 2005 l’Italia si poneva al 25° posto su un censimento in 27 paesi che fotografava lo stato dell’arte relativo al telelavoro. Situazione che in questi otto anni si è mossa di poco o nulla.

L’elemento interessante che è emerso nel corso della presentazione dell’Osservatorio è che il driver principale che sottende  la rivoluzione Smart Working non è tanto le tecnologia che sì, serve ed è abilitatrice; senza una vera e propria rivoluzione culturale che metta al centro le persone e che rafforzi il  rapporto di fiducia tra azienda e lavoratore non c’è però processo, norma o direttiva che possa innescare il cambiamento.

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E alle aziende in realtà una rivoluzione Smart Working converrebbe, dato che stiamo parlando di un incremento di produttività del 5,5% per circa 9,5 milioni di lavoratori che si tradurrebbe in beneficio pari a 27 miliardi di euro (un punto e mezzo percentuale di PIL). Inoltre si avrebbe un risparmio di circa 10 miliardi di euro di costi diretti (videoconferenze al posto di trasferte, riduzioni del numero postazioni in ufficio al posto sostituite da postazioni telelavoro, ridefinizione degli spazi aziendali ed eliminazione degli straordinari in cambio di flessibilità).

La giornata si è poi conclusa con una l’assegnazione di 2 premi “Smart Working Awards” alle aziende che si sono distinte in questo settore. A Mars Italia  è stato riconosciuto il loro essere stati pionieri nel settore avendo iniziato già negli anni ’90 il cambiamento e il merito di aver iniziato a valutare ed attuare con attenzione il “work-life balance”, dando modo ai propri dipendenti di organizzare al meglio il trasferimento casa-lavoro anche nell’ottica di riduzione delle emissioni CO2.

L’altro premio è andato a Tetra Pak che proprio basandosi sulla fiducia tra azienda e dipendente ha incrementato la  produttività dei dipendenti concendendo la flessibilità a tutti, operai inclusi. Una rivoluzione vera e propria che raggiunge grandi risultati, perché alla fin fine non fa altro che trasformare il posto di lavoro in un luogo in cui è un piacere stare.

Infine una menzione speciale a Barilla che ha avviato un processo di valutazione e di analisi interna per comprendere quali sono le esigenze di Smart Working e soprattutto il livello di maturità interno all’organizzazione sul tema. Smart Working significa infatti fiducia e responsabilità e Barilla ne ha ben compreso le potenzialità dal momento che ha inquadrato il potenziale cambiamento sotto la la luce dell’equilibrio famiglia-lavoro, della leadership e della retention dei talenti.

 

 

 

Si ringraziano i ricercatori del Politecnico Mariano Corso, Isabella Gandini e Fiorella Crespi per la condivisione del materiali. 

http://www.osservatori.net

 

 

  • Federico

    Posso solo confermare. Bloccato a casa causa infortunio ho provato sulla mia pelle lo smart working compresa la sperimentazione di una app per il tablet che mi faceva entrare nelle videoconferenze aziendali. E… sorpresa! alla fine la produttività e l’efficienza è davvero aumentata

  • .mau.

    la produttività aumenta perché per colpa dello smart working ti fanno lavorare di più, tutto qua :-(

  • Luigi Zarrillo aka ginozar

    .mau. e federico: personalmente ritengo che la produttività sia correlata alla motivazione e al piacere di lavorare. Pertanto penso che non avere alcuni vincoli renda le persone più felici… poi è tutto personale e ci sono persone che ritengono il telelavoro un allontanamento e quindi ne temono l’applicazione. Secondo me si riconduce al tema della cultura e della fiducia in azienda.

  • Fabrizio

    Per chi come me ha una attiità con una forte connotazione commerciale, la mobilità è un elemento essenziale, cosi come lo è la flessibilità di poter lavorare fuori ufficio ed anche in orari non convenzionali.

    Tale flessibilità deriva da una sorta di mutuo accordo tra azienda e lavoratore dove un minimo di responsabilizzazione reciproca e di intelligenza pratica consentono di operare in modo “smart” anche laddove il quadro normativo non sia ancora perfettamente a punto.

    Come punto di attenzione però faccio notare che in alcuni ambiti, lavorare fuori ufficio potrebbe essere un problema se la velocità e la qualità dei link non sono adeguate. L’esperienza di navigare su applicazini intranet accedendo da un adsl a 640 con magari la VPN attiva potrebbe essere non esaltante come esperienza….ed anche solo scaricare un allegato corposo potrebbe richiedeun po’ di pazienza….

    ue al quale è possibile cercare di utilizzre al meglio