Digital divide. I due pilastri del recupero: istruzione e infrastrutture

Il ritardo tecnologico non è una novità per il paese nonostante vecchie e nuove denunce. In cifre il digital divide ha un costo valutato in una percentuale tra l’1 e l’1,5% del prodotto interno lordo.

Le cause, come gli allarmi, sono note. Antropologiche, culturali – con la responsabilità  del sistema scolastico – e strutturali: carenza di connessioni ad alta velocità, tessuto d’impresa parcellizzato, limitate capacità d’investimento.
L’infografica che riporto qui sotto relativa all’e-goverment (elaborata da ilbureau su dati Istat) può essere presa come immagine e sintesi dell’Italia post-industriale (forse suo malgrado), al guado tra declassamento e ripensamento dell’intero apparato economico.


Come si vede la percentuale delle persone che interagisce con la pubblica amministrazione è tra le più basse, poco al di sopra di Bulgaria, Croazia e Repubblica Ceca. Dati da incrociare con quelli relativi agli accessi a Internet, effettuati per leggere le news. L’Istat ha calcolato una media pari al 46,7%, contro una media Ue del 65%. La tecnofobia – oltre le carenze sistemiche – è propria anche delle imprese. Ricorrendo sempre ai numeri, una ricerca del Politecnico di Milano rivela che solo un’azienda su cinque utilizza lo sportello per i pagamenti online, mentre il 48,4% preferisce il tradizionale canale bancario.

Il ritardo tecnologico e il relativo declino non sono un destino ineluttabile. Esistono e sono già all’opera strumenti che potrebbero imprimere una decisa svolta. La prima risposta – la più scontata in un’economia del denaro (seppure sempre più virtuale) – prende forma attraverso investimenti nelle infrastrutture, nelle autostrade digitali. Tra la fine di giugno e gli inizi di luglio dovrebbe essere pronto il decreto Digitalia, un pacchetto di norme che avrà lo scopo di avviare una politica d’intervento pubblico. Il decreto è suddiviso in sei aree: infrastrutture e sicurezza, eCommerce, ricerca e innovazione, alfabetizzazione, eGoverment e open data, Smart cities e community. Compito del legislatore prima, e delle istituzioni poi, sarà rendere questo lavoro una pratica agente sul territorio.

Nell’ambito dei finanziamenti per l’innovazione meritano una segnalazione anche gli sforzi congiunti degli enti locali, soprattutto delle Regioni e delle Camere di commercio, impegnate in iniziative che vanno dall’accesso al credito agevolato ai contributi a fondo perduto. Per esempio, attualmente è attivo un bando della Regione Lombardia, con un fondo di sei milioni di euro, per lo sviluppo tecnologico tre le imprese del terziario.

Investimenti, per la maggior parte pubblici, che possono avere successo a una condizione: la creazione di una cultura digitale e tecnologica di massa. Il tema dell’alfabetismo digitale è compreso in Digitalia ed è un argomento che ribadisco con forza nel dibattito sull’impatto della tecnologia online. I dati Eurostat (marzo 2012) tracciano contorni preoccupanti. Nella fascia tra i 16 e i 74 anni, il 39% degli italiani dichiarano di non avere mai utilizzato un computer nella loro vita. Ci sono alcune operazioni considerate generalmente semplici ma che sono praticamente sconosciute per molti appartenenti alla proto-casta dei giornalisti digitali. Nella fascia tra i 16 e 74 anni, il 77% degli italiani non sa usare e creare delle slide (quelle realizzate in Power Point). Il 46% non è capace di copiare un file. Il 65% ignora dell’esistenza dei fogli di calcolo.

Il riempimento del vuoto digitale italiano si regge insomma su due pilastri. Il primo è quello del denaro, nonostante tutto forse l’ostacolo più semplice da superare. Il secondo è l’istruzione, che deve svolgere un sistema efficiente di incentivi comportamentali. Senza questo tassello, c’è il rischio di cadere, come dice Morozov, nella trappola del cyber-utopismo, ovvero di attribuire alla tecnologia poteri e funzioni che da sola non è in grado di realizzare.
(Sul ruolo dell’irrazionalmente “salvifico” attribuito a Internet consiglio di leggere L’ ingenuità della rete, Evgeny Morozov).